Doctor Sleep, Stephen King ritorna con il seguito di Shining

Doctor SleepSta per arrivare in Italia il seguito del capolavoro di Stephen King . Parlo ovviamente del sequel di Shining che arriverà nel Bel Paese a fine gennaio, si intitolerà Doctor Sleep.

Trama

Il libro,  racconta le vicende di Danny Torrance, il figlio dello scrittore interpretato da Nicholson, che, sfuggito all’incendio dell’Overlook Hotel, è diventato adulto, alcolizzato e sbandato. Sarà lo “shining” che possiede ad aiutarlo a trovare lavoro in una casa di cura dove aiuterà i malati terminali nei loro ultimi giorni, e i problemi arriveranno quando dovrà difendere una bambina da un gruppo di vampiri.

 

Intervista esclusiva di Stephen King a Il Venerdì di Repubblica

Mostri che lei descrive come quei pensionati che girano il mondo in giganteschi camper…
«Chi di noi non si è trovato in strada dietro a quelle enormi case viaggianti, a respirare i fumi dei loro scappamenti, in disperata attesa di poterli sorpassare? E quando li sorpassi, scopri che ce ne sono dieci in fila, tutti a 60 all’ora; e se incontri i loro abitanti nelle stazioni di servizio, puoi star certo che occupano le toilette per ore. Quei camper hanno i vetri oscurati e io immagino sempre riti satanici dietro a quei finestrini fumé…»

Visionario, tormentato, inquietante, Stephen King ha un modo quasi candido di raccontare la propria mente irrequieta.

Quei sadici su ruote sono dipendenti dal «vapore» come Dan dall’alcol: un’altra storia di tossicodipendenza…
«Perché io per primo sono un tossico. Non capisco chi beve un bicchiere di vino: io voglio tutto il vino del mondo. E anche se smetti di bere e di farti, la compulsione del tossico rispunta sotto altre forme. Ti butti sul cibo o sulle sigarette. Ieri, mentre aspettavo l’aereo, sono entrato in un negozio. Ho visto un Babbo Natale e ho cercato di frenarmi dal comprarlo: che me ne faccio a Parigi? Ne ho acquistati cinque».

Li porterà ai suoi nipoti: lei è un uomo di famiglia. Un tema che torna in Doctor Sleep: gli Alcolisti Anonimi sono un nucleo familiare, Dan ha istinti paterni verso la bimba che protegge, perfino i cattivi in camper costituiscono una stirpe.
«Mi sono sposato a 23 anni, povero in canna: Tabitha vendeva dolci e io lavoravo in una lavanderia, pubblicando horror su riviste per soli uomini. A 30 anni avevo già tre figli. E siamo ancora molto uniti. Anche dalla scrittura, in cui ci aiutiamo l’un l’altro. Tabitha pubblica romanzi sulla classe operaia, Joe ha un notevole successo nell’horror, Owen scrive libri comici. Solo mia figlia Naomi non scrive: è ministro del culto nella Chiesa unitariana. Eppure la famiglia resta per me la realtà più difficile da raccontare. Come entrare nell’acqua gelida: devi farlo molto molto lentamente».

Un giorno, quando King aveva due anni, suo padre sparì per sempre: la madre allevò i due figli da sola, cambiando continuamente lavoro e alloggio. A dieci anni, Stephen trovò uno scatolone con i libri pulp del padre: da allora l’horror diventò un’ossessione. Non faceva che vedere film come L’attacco delle sanguisughe giganti, scrivere racconti intitolati Ero un profana-tombe adolescente, fondare giornali tipo Il vomito del villaggio.

Shining: il padre, in un raptus d’ira, spezza il braccio del piccolo Danny. Doctor Sleep: i bambini sono vittime di sadici. «È un modo per portare il raccapriccio alle stelle: se ti affezioni a un personaggio, impazzisci quando lo vedi in pericolo. L’amore crea orrore».

Trent’anni fa era più facile di oggi suscitare il panico?
«A forza di videogame e serial dozzinali, il pubblico è sempre più insensibile al sangue. E la paura è soggettiva, imprevedibile. Non esiste una ricetta per far tremare. Così mi limito a raccontare ciò che terrorizza me: l’irruzione di cose inspiegabili nella quotidianità, che si tratti di un tumore o di vampiri. Situazioni tanto più angosciose quanto più raccontate in modo credibile. Anche se i peggiori sono i mostri interiori, che perseguitano alle 4 del mattino».

Lei ha allucinazioni?
«Tutti i giorni dalle 7 alle 12, quando scrivo: nei romanzieri si chiamano immaginazione. Io vedo realmente, davanti a me, gli orrori che racconto, come fossi ipnotizzato. Tant’è che se non scrivo, mi addormento a fatica e faccio brutti sogni: quelle allucinazioni devono comunque affiorare, nel sonno o nella veglia. Anche la scrittura dà assuefazione, come l’alcol».

Ha scritto Shining a 28 anni, bevendo, e il sequel a 65, da sobrio: una bella differenza.
«Il primo è uscito come un torrente in piena, senza dover organizzare le idee. Sembrava che qualcuno me lo dettasse. La gioia era totale. Ma ho sempre lavorato la mattina, prima di bere. Al massimo con i postumi della sbornia: quando il cerchio alla testa ti fa captare ciò che di più orrido c’è intorno a te. Doctor Sleep è un libro più ponderato: ormai la sfida sta nel non cadere nella routine. Un tempo dovevo scrivere per pagare le bollette. Ora non più: ha senso farlo solo se ogni volta cerco di scrivere il miglior romanzo della mia carriera».

Certo, King sa portarti all’inferno e farti riemergere: forse perché all’inferno c’è stato anche lui. Ma guai a indagare le radici della sua immaginazione agghiacciante: si mette così sulle difensive (L’infanzia senza padre? Più serena che mai. Gli anni da tossico? Molto creativi) che alla fine sembri tu, con quelle domande morbose, a esser malsana.

Lei si è mai rivolto a uno psicologo?
«Per carità. Gli verserei una fortuna, invece di utilizzare la mia mente perversa per scrivere. E quella fortuna guadagnarla».

 

Tratto da il Venerdì di Repubblica 22/11/2013

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