La Voce del buio – Parte 2

Mi faceva male la testa, sentivo come se qualcuno mi stesse afferrando, scuotendomi con forza da una parte all’altra, Ricordavo quelle sensazioni. L’ angoscia si stava impadronendo di me. Di nuovo.

” Perché poco fa cercavi le sigarette?” Carlotta sembrava un po’ preoccupata, il suo sguardo tradiva la sua apparente calma.

“Non preoccuparti, non ho intenzione di riprendere a fumare. E’ che quel sogno era così reale, così vivo, che non appena mi sono svegliato pensavo di esserci ancora dentro.”

Mi accarezzò i capelli dietro la nuca, tentando di tranquillizzarmi. ” Era Solo un brutto sogno, niente di più. Ora sei qui con me, nella nostra casa, non c’è nulla che non va! Non hai nulla da temere. “

” Si si lo so, era solo un sogno. Ma era tanto che non facevo sogni del genere. Mi ha spaventosamente ricordato quando ero bambino e la notte molto spesso non dormivo. Ci fu un periodo che avevo terrore nel chiudere gli occhi, per me era come entrare in un mondo degli orrori. Un circo di terrore che andava avanti notte dopo notte. Eppure pensa, non ricordo cosa mi terrorizzasse così tanto, ricordo solo la sensazione di quando mi svegliavo. Un forte mal di testa. E poi uno strano, profondo e angosciante senso di vuoto dentro.”

Era la prima volta che raccontavo quella cosa, eppure non lo avevo fatto per liberarmi di un peso, per sentire come lei poteva aiutarmi. Erano i suoi occhi che mi facevano parlare, più li guardavo più mi sembrava di perdermi nella loro oscura profondità, erano neri come quelle tenebre che mi avevano avvolto la sera prima.

“Ti vedo strana. Che ti succede?”

“Vedi Michele, io riesco a capire benissimo quello che dici” disse quella frase con una voce gelida. Profonda. Buia.

Sembrava non provenisse da questo mondo, ma da un lontano posto dove il calore umano non era ammesso.

Ero spaventato. Mi alzai dal letto, quasi inciampando nel lenzuolo, e mi allontanai da lei che continuava a guardare senza dire più nulla. Non capivo ancora cosa stava succedendo, un brivido gelido corse lungo la mia schiena fino a farmi drizzare la punta dei capelli. Mi volsi verso la porta della nostra camera da letto e quello che vidi al di là della soglia, non fu il nostro salone, ma solo l’oscurità più profonda. Avevo voglia di scappare dalla visione di quelle tenebre tanto dense che solo a guardarle si raggelava il sangue e il cuore si fermava davanti alla visione del nulla.

“Michele…Michele…” avevo sentito chiaramente il mio nome, un richiamo basso e profondo proveniente dal centro di quell’oscurità.

“Era tanto che non ti facevamo visita. Ci eravamo scordati di quanto fossi speciale. Volevamo solo giocare un po’ prima di presentarci nuovamente a te!”

Feci qualche passo indietro. L’incubo era tornato, si era di nuovo impadronito di me. Il terrore afferrò la mia testa, quella voce mi chiamava di nuovo, mi spingeva a seguirla. Sembrava di ascoltare tre persone dire la stessa cosa in perfetta sintonia, senza riuscire a scindere l’una dall’altra.

“Ahahahah hai ancora paura di noi? Il tuo destino è seguirci, non puoi rifiutarti è stato già deciso. Resistere non farà altro che rallentare l’inevitabile. “

La luce non filtrava più dalla persiana, così mi girai verso il comodino per accendere la lampada, ma rimasi paralizzato dalla visione che avevo davanti.

Un corpo penzolava da una corda attaccata al lampadario, ruotava come mosso da una brezza mortale che spirava da dietro me. Il suo viso era coperto dalla testa di un cammello. Rimasi di nuovo paralizzato, faticavo a ragionare, a pensare, a parlare, a muovermi.

“Non noti nulla di familiare? Quel corpo ci ricorda qualcosa…” quelle voci risuonavano nella stanza e sembravano provenire da ogni cosa presente, i muri, il pavimento, i comodini, il letto.

Solo dopo avevo capito cosa volevano dire, Carlotta non c’era più, mi girai e guardai in ogni angolo della stanza, ma lei non era lì. Il mio cuore era stato afferrato da dita di ghiaccio che stringevano fino a trafiggerlo e chiuderlo in una dolorosa morsa. Corsi sul letto e tirai giù il corpo che cadde con incredibile pesantezza.

Il volto era coperto da un sacco, mi sbrigai a levarlo scoprendo ciò che nella mia mente stavo già pensando. Era Carlotta. Il viso era pallido, gli occhi chiusi e la pelle così bianca da sembrare porcellana. Il suo candore era interrotto sul collo da una striscia rossastra che le doveva aver lasciato la corda. La accarezzavo sul viso, era gelido.

Iniziai a piangere disperato. La abbracciai forte come non avevo mai fatto. Gettai il mio viso sul suo petto e continuai a piangere, singhiozzando per la disperazione.

Nella stanza incalzò una dolce nenia, era un violino, un suono così melodioso, così perfetto.

“Ti piace? A noi si! È perfetta per un momento come questo no? Bach per accompagnare l’anima della tua consorte nel nostro mondo! E per giunta suonata proprio da lui in persona, giunto fin qui solo per lei. Quale onore più grande potrebbe avere. “

La disperazione per la perdita, il terrore per quella situazione, lasciarono posto ad un sentimento di odio e rabbia profonda. L’unica stella che brillava in quell’oscuro mondo era Carlotta e anch’essa mi era stata portata via.

“Perché me l’avete portata via? Lei non centrava nulla! ” urlai con tutta la forza e la rabbia che si era annidata nel mio cuore. Un urlo rabbioso, un ruggito nell’oscurità che fu immediatamente spezzato. Tra le mie braccia avevo sentito uno spasmo proveniente dal corpo di Carlotta. La guardai in viso, una sensazione di gioia stava di nuovo attraversando il mio corpo, ma fu quasi immediatamente recisa. I suoi occhi non erano più neri ma bianchi come un fiocco di neve, e il ghigno sul suo viso era qualcosa di diabolico.

“Michele, la tua anima ci chiama.”

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