Morto Dario Fo, l’ultimo premio nobel italiano per la letteratura

dario fo

Proprio a poche ore dall’assegnazione del premio Nobel 2016, si è spento Dario Fo, l’ultimo premio Nobel italiano per la letteratura. Fu insignito di questa onoreficenza 19 anni fa, il 9 ottobre 1997 con la seguente motivazione: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.

Aveva 90 anni e la sua carriera era iniziata scrivendo testi per la radio, passando poi al teatro e alla satira. Era un artista totale che è riuscito a svariare su molti campi: ha scritto commedie, racconti, romanzi biografici e saggi. È stato anche attore, pittore, regista, scenografo e politico.

Dario Fo aveva da poco finito di scrivere il suo ultimo libro “Quasi per caso una donna. Cristina di Svezia” che uscirà entro la fine del 2016. L’opera narra di una “regina impossibile”, colta e ribelle, ammirata, imprevedibile e coraggiosa.

Grammelot con accento inglese – “L’uomo e la tecnologia”

Con Mistero Buffo, l’arte di Fo raggiunge il massimo grado di novità e originalità, seguendo non la tradizione istituzionale del teatro, ma la forza espressiva e la grande carica comunicativa dei giullari medievali (joculatores). E Fo è un giullare perfetto che, “manovrando” con grande abilità, risa e serietà, ripercorre una storia millenaria fatta di abusi e ingiustizie, nel tentativo, anche, di svegliare le coscienze, perché in lui è pressante un impulso forte: la ricerca della giustizia. Il giullare, espressione teatrale del popolo, con la propria cultura e i propri sentimenti di rivolta: ecco la figura che offre a Fo i modi espressivi più consoni alle sue esigenze interpretative e comunicative. I giullari recitavano nelle piazze, nei mercati e, assieme ai comici dell’arte, furono gli inventori del GRAMMELOT, sorta di lingua, di articolazione di suoni e di azione mimica messe assieme, nate sia dalla situazione peculiare dei giullari che viaggiavano in luoghi in cui si parlavano lingue diverse, e quindi dalla necessità di farsi intendere un po’ da tutti, sia dalle leggi censorie che imponevano loro di non recitare in lingua. «… Fin dal Mille — dice lo stesso Fo — il giullare girava piazze e paesi, facendo sotto forma di recitazione satirica delle vere e proprie accuse ai potenti. Egli era una figura che si concretizzava direttamente dal popolo, dal quale attingeva la rabbia, per poi ritrasmettergliela mediata dal grottesco»; questa forma di teatro popolare era «il giornale parlato e drammatizzato del popolo».

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